FEDERAZIONE PROVINCIALE DI RAGUSA

 

 

 

DALLA CHIESA, STORIA DI UN EROE ITALIANO

 

 

 
               Venticinque anni fa, il 3 settembre del 1982, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cadde vittima di un agguato mafioso a Palermo, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

                Carabiniere, figlio di carabiniere, era nato a Saluzzo, in provincia di Cuneo, nel 1920. Spese la sua vita a combattere la malavita del Nord, la criminalita' e la mafia.

 

IL PROFILO DI UN GENERALE DI FERRO

 

             Sono passati 25 anni da quel 3 settembre del 1982 quando a Palermo il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa cadde vittima di un agguato mafioso insieme con la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.

             Carabiniere figlio di carabiniere, Dalla Chiesa ha passato la sua vita a combattere la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Per l'opinione pubblica è stato una specie di eroe, i suoi uomini stravedevano per lui, ammirati dal suo senso del dovere e dell'onore.

             Perfino i suoi 'nemici' lo tenevano in considerazione e non pochi, una volta presi, decisero di parlare solo con lui. Dalla Chiesa era nato a Saluzzo (Cn) il 27 settembre del 1920, suo padre era un ufficiale dei carabinieri, che diverrà vicecomandante generale dell'Arma come poi il figlio. Il giovane Carlo Alberto a 22 anni indossa la divisa dei carabinieri. Forte di due lauree (in legge e in scienze politiche) e di una non comune capacità organizzativa e di dedizione al lavoro, comincia il suo viavai per l'Italia a caccia di delinquenti e la scalata di tutti i gradi della gerarchia militare.

            Riceve il suo primo incarico in Campania, alle prese con il bandito La Marca. In occasione del terremoto del Belice, nel 1968, organizza i soccorsi. Non c'era la protezione civile a quel tempo, e per ringraziarlo i comuni di Gibellina e Montevago gli diedero la cittadinanza onoraria. Arriva poi in Sicilia. Per l'isola sono anni duri: a Palermo scompare il giornalista Mauro de Mauro (16 settembre '70), viene ucciso il procuratore Pietro Scaglione (5 maggio '71). Dalla Chiesa indaga sui due casi e tira fuori il 'rapporto dei 114', una mappa dei nuovi e vecchi capimafia siciliana, in cui compaiono per la prima volta nomi che torneranno spesso nelle cronache di fatti mafiosi e che allora erano ignoti ai più: Frank Coppola, i cugini Greco di Ciaculli, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti.

             Nel 1973 Dalla Chiesa diventa generale e assume la guida della divisione 'Pastrengo' a Milano, c'é da fronteggiare l'era sanguinosa del terrorismo rosso che si fa strada. Dopo il sequestro del giudice Sossi a Genova, il gen. infiltra nelle br un suo uomo, Silvano Girotto, detto 'frate mitra', e arresta i padri storici del brigatismo, tra cui Renato Curcio e Alberto Franceschini. Nel 1975 i carabinieri di Dalla Chiesa, nel corso di una operazione che portò alla liberazione dell'industriale Gancia, uccisero la moglie di Curcio, Margherita Cagol. Tempo dopo il gen. si prese la soddisfazione di riprendere Curcio e altri brigatisti evasi dal carcere di Casale Monferrato.

             Ed è sempre sua l'idea di rinchiudere i brigatisti in carceri di massima sicurezza (Cuneo, Asinara, Trani e Favignana, e poi Palmi). L'area del terrorismo rosso ha avuto in Dalla Chiesa un nemico implacabile: fu lui a assicurare alla giustizia i principali esponenti di br e 'prima linea', tra cui Giorgio Semeria, Corrado Alunni, Nadia Mantovani, Lauro Azzolini, Francesco Bonisoli. Altri 50 personaggi furono arrestati a Bologna, Milano, Napoli e Torino; fra gli altri anche Nicola Valentino e Maria Rosaria Biondi, ricercati per l'omicidio del giudice Calvosa e di due agenti.

             Il gen. finì impigliato anche nella rete della P2, ci furono molte polemiche, furono avanzati sospetti sulla correttezza del suo operato, ma ne uscì pulito, perché dimostrò che si era avvicinato alla loggia massonica di Licio Gelli per svolgere delle indagini. Dopo altre brillanti operazioni (arresto di 20 terroristi di 'azione rivoluzionaria' legati alla tedesca 'raf'; di quelli di 'prima linea' riuniti a Como, e la scoperta del quartiere generale delle 'unita' combattenti comuniste'), il governo gli rinnovò l'incarico di supervisore nella lotta al terrorismo. Nel 1981 Dalla Chiesa diventa vicecomandante dell'Arma; poi il 2 maggio 1982 la nomina a prefetto di Palermo. Ed è qui che solo quattro mesi dopo troverà la morte
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APPROFONDIMENTO

QUEL 3 SETTEMBRE IN VIA CARINI A PALERMO

Fecero a gara a chi sparava più colpi. "Me li avete fatti trovare morti", disse ai complici Pino Greco Scarpa, killer del gruppo di fuoco di Cosa nostra, rammaricato di essere arrivato quando il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo per 100 giorni, e la moglie, Emanuela Setti Carraro, erano già morti. Respirava ancora, agonizzante, l'autista, Domenico Russo. Lo finì Pino Greco. Il 3 settembre del 1982 la guerra che la mafia aveva dichiarato allo Stato segnò uno dei momenti più tragici. Sotto una pioggia di piombo cadde un simbolo delle istituzioni, costretto, negli ultimi giorni della sua vita, ad affidare al giornalista Giorgio Bocca l'amaro sfogo di chi ha capito di essere solo.

   "Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo", disse. Parole che descrivevano le condizioni difficili in cui il generale svolgeva il compito di superprefetto contro la mafia. Nell' uccisione di Dalla Chiesa, massacrato a colpi di kalashnikov in via Isidoro Carini, mentre era in auto con la moglie, seguito dall'alfetta di scorta dell'autista, il ruolo esecutivo della mafia è ormai accertato. A distanza di 25 anni dall'eccidio, però, restano intatte le zone d'ombra di cui parlano gli stessi giudici di Palermo che hanno condannato i killer. Le sentenze sottolineano l' "coesistenza di specifici interessi - anche all' interno delle istituzioni - all' eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale".

   La giustizia si è fermata ai mandanti mafiosi, dunque, e agli esecutori materiali. All'ergastolo sono stati condannati i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

   Gli uomini della "cupola", Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco, erano già stati condannati al maxiprocesso, nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra. Quello che accadde la sera del 3 settembre in via Carini ha provato a descriverlo la Procura, attraverso una simulazione dell'eccidio realizzata dagli esperti della scientifica.

   L' A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518. A bordo c'erano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza. Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l' eventuale reazione dell' agente di scorta. La A112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l' auto dei killer a sterzare bruscamente a destra.

   Dal giorno del suo insediamento erano passati poco più di 3 mesi, 100 giorni. Il 30 aprile 1982 Dalla Chiesa era giunto in Prefettura a bordo di un anonimo taxi. Durante i giorni che precedettero la strage di via Carini cercò di rispondere allo strapotere delle cosche e di spezzare il legame tra mafia e politica. Le iniziative di Dalla Chiesa furono frenate da ostilità politiche ambientali e da una ridotta capacità di intervento. Il prefetto reclamò continuamente la concessione di poteri di coordinamento che solo dopo la sua morte, però, vennero formalizzati.